Documenti Veneziani: Venezia 17

958 marzo, Rialto

In cambio delle saline che gli associati alla consorteria avevano consegnato al palazzo e che avevano erette nella palude di proprietà ducale detta De Arcones, Petrus [III, Candianus], duca dei Venetici e figlio del [defunto] duca Petrus [II, Candianus], cede a Martinus, figlio di Dominicus Çancanus, una delle suddette saline, confinanti da un lato tra loro, dall’altro con Felix da Molino e dall’altro ancora con Marinus, fratello di questi. Nel rispetto di accordi precedentemente scritti, il duca concede tale salina assieme alle altre già dello stesso Martinus, con diritto di trasmetterle in eredità, venderle, permutarle e donarle, fatto salvo il censo e il quintello dovuti al palazzo, nonché il diritto di prelazione in capo a quest’ultimo. Il duca accorda infine la licenza di prelevare terra dalle proprietà ducali e fango dalla palude del palazzo per restaurare il fondamento di queste saline e si obbliga a sistemare le parti dei suoi argini ogni qualvolta sarà necessario.

Copia parziale del XIV secolo da copia semplice oggi perduta già in Murano, Archivio Parrocchiale dei Santi Maria e Donato[1].

CE II.40
Edizione: Cessi 1942.

In nomine domini Dei et salvatoris nostri Ihesu Christi. Imperantibus dominis nostris Constantino et Romano, eius filio, magnis imperatoribus, anno autem imperio Constantino quadragesimo sexto et Romano, eius filio, duodecimo, mense marcii, indicione prima, Rivoalto. Pro eo quod salinas preparatas usque ad absitorias in tempore totos vestros consortes dedistis et tradidistis in curtis palacii de illas, quas ellevastis in ipsa pallude et terrenis, que dicitur de Arcones,[2] que est proprietas palacii nostri, et illam vobis largivimus fundamentum salinarum construendum[3] tenente toto ipso fundamento, sicut se comprendit, ab uno suo capite in palude amurianense et alio in terrena palacii nostri, uno lato comenzaria, que vadit ad Torcellum, et alio in comenzaria Barbarani. Ideo nos Petrus, deo auxiliante dux Veneticorum, filio [quondam] domino Petro duci,[4] una pariter cum itemque duce filo meo[5] cum successoribus nostris ab hodie damus, tradimus atque concedimus tibi Martino, filio Dominico Çancani, et abheredibus ac proheredibus posterisque vestris pro futurum possidendi, hoc est una sallina de illas, quas ellevastis in predicta pallude et terrenas palacii nostri, totas ipsas sallinas uno corpore coniunctas ab uno latere, in alio in Felice da Molino et alio in Marino, fratri suo, simul iaglaciones et transiaglaciones suas et porciones de terrenas suas iuxta istas tuas sallinas[6] una cum introitos et exitos suos et vias suas, sicut ad nos ceteros pertinentibus tibi de ipso fundamento nobis et in nostro palacio scribere fecistis, et eam observantes et adimplentes ab hoc die in Dei nomine ipsas sallinas habeas, teneas, possideas, iure dominioque tuo in perpetuum vindices adque defendas, tuisque heredibus ac pro tuis posteris relinquas, habendi, tenendi, vendendi, donandi, commutandi, vel quia quid vobis placuerit faciendi, nullo tibi homine contradicente salvo censo ad en[censum in] nostro palacio,[7] id est pro uno quoque rotante anno sal modio uno pro unaquaque sallina, quando levaveris de eas usque ad decem modias de salle, et si minus de decem modias per annum levaveris, tunc tres dies pro ipsa sale censum in nostro palacio dare debeas ipsum predictum censum salvum, et cunctam in tuo capite secundum ipsam promissionem persolvere debeas, quum in legibus caute preceptum est ut, cum semel traditum fuerit vel donatum, nullo modo revocetur, et si venundaveris ipsas sallinas, quintellum sit salvum in nostro palacio. Verumtamen placuit nobis, ut, si ipsas sallinas ad venundandum venerit et de tua prole non fuerit, qui eas comparare non possit, non debeatis ea in extranea persona venundare nisi in nostro palacio. [8] Si noster palacius tantum precium dare noluerit illum in tempore, sicut ipsas sallinas apreciatas fuerit, quod si noster palacius emere noluerit, tunc potestatem habeatis ipsas sallinas venundare cui volueritis, salvo quintello et censo de nostro palacio. Et damus vobis licentiam tollendi terram de terrenis de nostro palacio et loto de palude de nostro palacio ad conciandum et restaurandum ipsum fondamentum sallinarum, tantum hec omnia, ut supra legitur, cum accessus et egressus et vias et iunctorios suos et iuglaciones suas et omnia ad se pertinentibus, ita unus ab alio viam non contradicatis, non in eundo neque redeundo. Quod si quodcumque tempore contra hanc cartam ire temptaverimus nos autem nostris successoribus et aliquid vobis subtraere voluerimus et adimplente vos promissionem vestram, et ab omnibus hominibus vos defensare noluerimus aut non potuerimus, qui vos de infrascripta re expellere voluerit, ex parte vel ex totum aut contra hanc cartam ire temptaverimus, tunc componere promitto cum meis successoribus tibi et tuis heredibus auro obrizo libra una. Et promittimus vobis cum nostris successoribus conciare nostras porciones de aggeres omnique tempus, quando opus fuerit. Quod si noluerimus et dampnum pro hoc vobis adcreverit, componere debeamus vobis argenti libra una. Et hec carta maneat in sua firmitate.

 

NOTE STORICHE

[1] Di questo documento esistevano due copie parziali, l’una conservata presso l’archivio di San Giovanni Evangelista di Torcello e l’altra conservata presso l’Archivio Parrocchiale dei Santi Maria e Donato di Murano. Entrambe le copie sono andate perdute. Si veda LANFRANCHI 1948, p. 161.

[2] Si tratta della prima attestazione documentaria della esistenza di saline a Venezia nell’alto medioevo. C’è poi l’attestazione di saline nella località Fogolana a nord di Chioggia di proprietà della famiglia ducale dei Candiano (documento Venezia 26) e quella di cinque saline nelle proprietà del monastero di San Michele Arcangelo di Brondolo sempre nell’area di Chioggia (documento Venezia 29). Intorno al mille poi due patti commerciali hanno per oggetto, tra le altre cose, il commercio del sale. Essi sono il patto tra Venezia e Treviso del 1000 (documento Venezia 36) e il patto tra Venezia e Ceneda del 1001 luglio (CE II.90 e CDV I.3). Il fondamento De Arcones di proprietà del palazzo non sarà più attestato nella documentazione successiva. Si ha tuttavia notizia nell’XI secolo di altri fondamenti di proprietà ducale, come il fondamento Valerio e il fondamento Laguna. Si veda Hocquet 1992, p. 528.

[3] La costruzione di fondamenti o bacini delle saline era un lavoro collettivo affidato a compagnie di consorti o associati, i quali in cambio della loro opera ricevevano individualmente in concessione delle saline. Si veda Hocquet 1992, pp. 524 e 528.

[4] Su Pietro III Candiano si veda documento Venezia 13 e bibliografia alla nota 2.

[5] Si tratta del futuro duca Pietro IV Candiano. Su di lui si veda documento Venezia 18 e nota 4. Sull’associazione alla carica ducale e sulla coreggenza si veda documento Venezia 2 e nota 3.

[6] La contiguità delle saline date in concessione a uno stesso salinaro non è casuale. L’unità di sfruttamento delle saline infatti era costituita dalla coppia di saline. Questa prassi era dovuta a ragioni di ordine tecnico, ovvero alla necessità di facilitare gli spostamenti dei concessionari fra le vasche del fondamento. Si veda Hocquet 1992, p. 536.

[7] La concessione di saline avveniva dietro pagamento di due tipi di rendite: il censo e il quintello, l’uno in natura e versato annualmente, l’altro in denaro e versato una tantum. Il censo era pari a 1 moggio di sale ogni 10 per ciascuna salina. Nel caso di raccolta inferiore a 10 moggia il censo era pari al raccolto di tre giornate di lavoro. Meno chiaro è il calcolo del quintello e la circostanza in cui doveva essere versato. In base alla documentazione successiva si può dedurre che venisse versato all’atto di vendita della salina a terzi. Esso equivaleva a 1/25 del ricavato. Si veda Hocquet 1992, p. 540.

[8] Oltre al versamento delle rendite suddette, anche il diritto di prelazione del proprietario delle saline, in caso di cessione e alienazione di queste da parte del concessionario, è una costante del contratto di livello di saline.

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