Placiti Veneti: Veneto 2

806 aprile, Verona

Nel processo presieduto dal conte Hademar e dal vescovo Rataldus e di fronte a tre scabini, la chiesa di San Zeno, rappresentata dal vicedomino Paulus, cerca di dimostrare i suoi diritti nel luogo detto “Rupta Adelmi”, contro le pretese del fisco regio, rappresentato dal gastaldo Gaufre. Il collegio giudicante appoggia la richiesta del monastero, in seguito alla testimonianza orale di alcuni ecclesiastici, che giurano di aver visto il precetto che assegnava la proprietà a San Zeno, ma che era bruciato nell’incendio del monastero.

Copia semplice del sec. IX, ricavata dall’originale, in Verona, Archivio Capitolare, III. 4. 1r [B].

Edizione: ChLA², LX, 17; Manaresi, 18.

In nomine Domini. Dum altercationem inter se abuisset Gaufre gastaldio[1], qui causam regi peragebat per iussionem Hadumaro comiti[2], et ex alia parte Paulus vicedominus, qui causa[m] Sancti Zenonis[3] peragebat per iussionem Rataldi episcopo[4], de terras seo silvas, qui est posita in capud de Colomnellas, locus ubi dicitur Rupta Adelmi, finibus Veronensis[5], sic se coniungentes ambe partes Adumar comis Rataldus episcopus, et posuerunt constitutum inter se, ut ambulare super ipsam intentionem, ita et peractum est. Et ibidem coniungentes se insimul Hadumari comis Rataldus episcopus, una cum Vualcaro, Fraulmo, Arvaldo scabinis[6], Paulo vicedomino et Gaufre gastaldus, qui ipsam causam peragebat. Dicebat Paulus vicedominus adversus Gaufrit gastaldium, quod: “Ista res, que detenis, terras vel silvas, ad parte sancti Zenonis possessas per preceptum Desiderio regis usque in illo die quem Vulvainus comis[7] nos de ipsas res per fortia expulit; et quando ipse domus[8] sancti Zenonis arsus est, ipse precept[o regis c]onbustum est”. Ad hec respondebat Gaufre gastaldus: “Non e[st v]eritas quod dices, nisi istas terras vel silvas ad parte regi semper fuerunt possessas, sicque partes sancti Zenonis non avebat”. Sic nos suprascripti auditores, dum tale inter eos audisemus altercatione ita iudicavimus ut consignare Gaufrit gastaldus quod partes regi ipsas res sic possedisset amplius .XXX. annus, quod pars sancti Zenonis non abuisset. Qui ita dixit quod ipsa consignatione facere minime putuerit. Post istam refutationem peractam, sic iudicavimus nus Vualcari, Fraulme, Arioald scabini, ut designare partem sancti Zenonis, quam fine possessum fuet ad partem sancti Zenonis per prȩceptum Desiderio regis, qus arsum est in ipso domus. Quod ita et ambolaverunt Tiso archidiaconus, Ilbingi diaconus, Donatus presbiter, Deusdei presbiter seo Paulus vicedominus, et designaverunt ipsa fine de fine fluvio Adise[9], ubi Rupta Adelmo capud pone, seo per lecto de ipsa Rupta usque in medio padule, et cerne inter casa Sancti Benedicti de Leonis et Sancti Zenonis. Et qualiter designaverunt ad Dei evuangelia firmaverunt super ipsa fine et sic iuraverunt quod: “Ipso precepto vid[im]us et per ipsum possessum est ad parte Sancti Zenonis sine ulla datione, et legibus ad parte sancti Zenonis debet permanere”. Unde nos suprascriptis auditores recte paruit esse ut ip[sam] silvam vel terram aberent ad parte sancti Zononis qualiter insignaverunt, ut ad Dei iuditia firmaverunt, et finita est inter eos ipsa intentio[10]. Et hunc notitia iudicati fieri iussimus et Garioald notario scribere admonuimus et dectavimus, ut admodum in posterum nulla oriatur intentio. Peracta noticia iudicati anno domnorum nostrorum Charolo et Pippino regis, an[no]s regni eorum trigesimo tertio et vigisimo quinto, indictione XIIII, mense aprile. Ego Vualcari in his actis interfui. Ego Fraulme in his actis interfui.

 

NOTE STORICHE

[1] Castagnetti 1989, p. 22, sottolinea come il ruolo del gastaldo come amministratore dei beni del fisco sia coerente con quanto avveniva in epoca longobarda.

[2] Si tratta della prima testimonianza di un conte a Verona (Varanini 1989, p. 203). Zettler (Zettler 2009, pp. 99-100) ipotizza che si tratti di un ufficiale impiegato nella guerra di Sassonia, prima di essere nominato conte di Verona. Secondo Hammer (Hammer 2007, pp. 248-251), sarebbe il figlio del conte Helmuni, il quale partecipò alla congiura che, nel 791, tentò di sostituire a Carlo Magno suo figlio Pipino il Gobbo. Nel maggio dell’809, Hadumar è già morto, perché il vescovo Ratoldo e il conte di Verona Hucpaldo offrirono alla chiesa di san Pietro in Castello le proprietà che erano state loro donate dal conte Adumar (Fainelli, I, 89). Su questo conte Hlawitschka 1960, pp. 194-195)

[3] Sul monastero di San Zeno si veda Kehr 1923, pp. 267-271 e Mor 1964, p. 81.

[4] Rothaldus (799-840) (Gams 1857, p. 805). Già cappellano di corte, era vicino al monastero di Reichenau. Diverse donazioni testimoniano il legame tra questo vescovo e il monastero di San Zeno (Fainelli 1958, pp. 52-53), di cui fu anche rettore (Veneto 3) e che aveva contribuito a ricostruire dopo l’incendio cui si accenna nel presente placito. Ratoldo sarebbe stato anche donatore in favore della canonica di Verona, in un documento (Fainelli, I, 104) di cui tuttavia è stata dimostrata la falsità (La Rocca 1995); la creazione della schola della canonica veronese, secondo Santoni, sarebbe piuttosto da attribuire ad Egino, suo predecessore alla cattedra cittadina (Santoni 2009, p.181). Secondo Zettler, egli era legato a Pipino re d’Italia e inizialmente anche a Bernardo; tuttavia, poiché andò personalmente a denunciare la rivolta di quest’ultimo presso la corte di Aquisgrana, divenne successivamente un personaggio di estremo rilievo. In particolare, il legame con Ludovico il Pio fu reso evidente e ulteriormente rafforzato dal contributo di Ratoldo alla liberazione della regina Giuditta da Tortona, dove era stata relegata dopo la deposizione dell’imperatore nell’833 (Hammer 2007, pp. 327-337); dopo questo episodio, egli non tornò più in Italia, perché inviso a Lotario I (Castagnetti 1990b, p. 18). In Fainelli, I, 89, egli risulta esecutore testamentare per Hadumar (v. sopra e Mor 1964, p. 69).

[5] Questa localizzazione è ritenuta un’eccezione da Brugnoli 2010, p. 218, perché per l’epoca in questione egli rileva piuttosto la tendenza a definire i luoghi a partire dalla circoscrizione territoriale più ampia – e non, come appunto in questo caso, dalla più puntuale.

[6] Si tratta della prima menzione degli scabini per l’area veronese (Bougard 1995, p. 140, la considera un’applicazione di una regola generale). In questo processo, gli scabini erano coadiuvanti di chi presiedeva il processo (Bougard 1995, p. 142).

[7] Castagnetti lo ritiene un membro degli Alaolfingi (Castagnetti 1990b, p. 16). Secondo lo studioso, il conte che in passato aveva usurpato i beni della chiesa in nome del fisco, aveva agito secondo modalità riconoscibili per la società veronese dell’epoca: i conti, anche in altri casi (Ucpaldo in Manaresi, 31; Gorado in Veneto 3) cercarono di aumentare i propri possedimenti a scapito di altri grandi proprietari fondiari cittadini, come gli enti religiosi, appunto. Vedi anche Veneto 3.

[8] La menzione della domus e il fatto che S. Zeno fosse rappresentato da un vicedomus potrebbe indurre a pensare che l’ente coinvolto nel placito sia da identificare con l’episcopio, come rivela Santoni (ChLA², LX, p. 79), la quale però ritiene più probabile che si trattasse della chiesa, come infatti proverebbe la menzione dell’incendio.

[9] Adige

[10] I placiti di area veronese, per questo periodo, presentano il termine di tradizione longobarda “intencio/intentio” che è preferito a “causa”, di ascendenza franco-carolingia (Bougard 1995, p. 129).

Presentazione Placiti Veneti: Introduzione

Indice

Placiti Veneti: Veneto 1
Placiti Veneti: Veneto 2
Placiti Veneti: Veneto 3
Placiti Veneti: Veneto 4
Placiti Veneti: Veneto 5
Placiti Veneti: Veneto 6
Placiti Veneti: Veneto 7
Placiti Veneti: Veneto 8
Placiti Veneti: Veneto 9
Placiti Veneti: Veneto 10
Placiti Veneti: Veneto 11
Placiti Veneti: Veneto 12
Placiti Veneti: Veneto 13
Placiti Veneti: Veneto 14
Placiti Veneti: Veneto 15
Placiti Veneti: Veneto 16
Placiti Veneti: Veneto 17
Convenientiae: Introduzione


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