Placiti Veneti: Veneto 12

995 febbraio 14, «Villa in comitatu Vicentino»

Di fronte al patriarca IOhannes, al conte Oci/Vualpot messo regio e a due conti di Vicenza, il monaco Adelardus/Adoaldus e l’avvocato Penzus, che rappresentano il monastero di Santa Giustina di Padova, contestano al monastero veneziano di San Zaccaria il possesso della cappella di San Tommaso a Monselice. I rappresentanti di San Zaccaria – ovvero i preti Iohannes e Petrus e l’avvocato Dominicus non potendo presentare un documento scritto, giurano di possedere da più di quarant’anni la cappella in questione. Il tribunale dà ragione al monastero veneziano.

Copia della fine del XVIII secolo [C], tratta dal Catastico A, c. 37 di San Zaccaria [B], oggi perduto, in Venezia, archivio di Stato, S. Zaccaria, B. 1/1 Registro di trascrizioni di Giovanni Andrea Viaro, tomo 1, “Notitia Sancte Iustine”.

Edizione: Manaresi, 220.

Dum in Dei nomine commitatu Vicentino in loco, qui dicitur Villa non multum longe a turre heredum Adamo in terra propria Adam qui Canamo dicitur per eius datam licentiam in iudicio adesset domnus Iohannes patriarcha[1] et Oci qui et Vualpot comes et missus domni Ottoni regis et Adelbertus qui et Azili[2] et Ubertus[3] uterque comitibus comitatu Vicentino ad singulorum hominum iusticias faciendas ac deliberandas, adessent cum eis Amelgauso[4], Vualcauso[5], Bonizo[6], Angelbertus[7], Cariardus[8] iudices sacri palacii, Turesindo, Benno, Vualpertus, Artohic, Urso, Aytengo de Babariano, Eribertus et Robertus germanis, Yngo, Almericus et reliqui plures. Ibique in eorum venerunt presencia Iohannes presbiter, staniarius, et Petrus item presbiter officiales beatissimi sancti Zacharie prophete monasterio[9] non multum longe a palacio Rivoalto in civitate Veneciarum una cum Dominico advocato eorum et pars iam dicti monasterii sancti Zacharie et ceperunt dicere: “Interpellavit nos Adelardo qui et Adoaldo monachus monasterii sancte Iustine[10] una cum Penzo advocato suo et pars iam dicti monasterii sancte Iustine quod nos malo ordine et contra lege cappella una qui est constructa in honore sancti Thomȩ apostoli et sancti Zenonis confessoris Christi qui est posita in Montesilice[11] cum terris casis masariciis et vineis et terris arabilis et pratis et omnibus rebus ad ipsa capella sancti Thome et sancti Zenonis pertinentibus[12], quod nos malo ordine et contra legem detenuisemus. Et nos dedimus eis responsum quod nos malo ordine et contra legem eam non detinuissemus, sed suprascripta cappella cum iam dictis omnibus rebus ad se pertinentibus per quadraginta annos ad proprium pars iam dicti monasterii sancti Zacharie ad proprium habemus possessum. Et tunc ibi locum interrogati fuimus si nos approbare potueremus. Et nos dedimus ei responsum quod hoc minime approbare poterimus. Et tunc in eodem iudicio interrogati fuerunt predictus Adoaldus monacho una cum iam dicto Penzo avocato suo et avocato pars ipsius momsterii sancte Iustine si nobis per testes aut inquestos[13] hoc approbare potuissent quod infra quadraginta annos ad proprium pars predicti monasterii sancte Iustine investitus fuisset. Et ipsi dederunt responsum quod hoc probare non potuissent. Et tunc ibi locum per iuditium iudicum iactavit mihi tortum. Et ego Iohannes et Petrus presbiteri una cum Dominico avocato nostro et pars iam dicto monasterio sancti Zacharie quod per quadraginta annos ad proprium pars iam dicti monasterium possessum habemus. Et sic dedimus ei iuditium iurandi. Et posuit exinde fideiussor predicto Vualcauso iudex. Ecce nos qui supra Iohannes et Petrus presbiteri cum iam dicto Dominico avocato nostro et pars iam dicto monasterio sancti Zacharie cum nostri sacramentales ipsum sacramentum ad faciendum sicut nos ad Adalardo monacho et Penzo avocato suo et pars iam dicti monasterii vuadia dedimus. Et ipse Penzo dedit nobis respunsum quod predictum nostrum sacramentum […] me audire nolebat et taliter ambulavit”. Deinde et hac noticia qualiter acta est inde fieri annuerunt. Quidem et ego Ambrosius notarius ex iussione suprascriptis missi et comitum seu iudicum amonicione scripsi. Anno ab incarnacione domini nostri Iesu Christi DCCCCXCIV, quartodecimo die mense februari, indicione octava, feliciter. Ego Iohannes patriarcha missus interfui. Signum manus suprascripto Oici qui et Vualpot comite et missus qui ut supra interfui. Signum manus [Adelbertus qui et Azili] comes, qui ut supra interfui. Ubertus comes interfui. Adalgauso iudex sacri palacii interfui. Vualcausus iudex sacri palaci interfui. Bonizolus iudex sacri palacii interfui. Angelbertus iudex sacri palacii interfui[14].

 

NOTE STORICHE

[1] Johannes IV (984-1017) (Gams 1857, p. 774). Come in Veneto 8, anche in questo caso il patriarca esercitava la funzione di missus sul territorio di sua competenza (Bougard 1995, p. 303). Partecipò al placito dell’agosto 996, alla presenza di Ottone III, che vide contrapposti gli abitanti di Illasi a quelli di Grepeto (Veneto 14).

[2] Partecipò, nel maggio del 998 come conte di Ceneda e nel marzo 996 e nel luglio 998 senza connotazioni ai processi che videro contrapposti il vescovo di Belluno, Giovanni, e Pietro doge di Venezia (Veneto 15, Veneto 13, Veneto 16, Veneto 17). Il legame di Azeli con la famiglia del conte Vitale-Ugo Candiano è testimoniato anche in Veneto 13 e Veneto 16, se sono da considerarsi valide le identificazioni che Castagnetti fa di Ugo e Domenico Candiano. Ne parla anche Gina Fasoli, collocando però il placito al 994, mentre non coincidono le identificazioni che la studiosa fa dei personaggi con quelle di Castagnetti, perché colloca la vicenda politica del conte Vitale-Ugo tra il 1004 e il 1016 – senza peraltro fornire una spiegazione a questa datazione (Fasoli 1945, 213-214).

[3] È forse lo stesso che nel 1015, assieme alla madre Immilia e al fratello Mainfredo donò alla sorella Immilda, moglie di Domenico (figlio del doge di Venezia Pietro) una corte nell’isola di Fogolana (CDP, 100; Castagnetti 1989, pp. 58-59; Castagnetti 1993, p. 82). Diversamente, Pozza lo identifica come il predecessore di Vitale-Ugo alla carica di conte di Vicenza e Padova (Pozza 1981).

[4] Amelgauso (Hamelgausus, Amalgauso). Nel novembre del 993 giudicò nel processo in cui il vescovo veronese Oberto ottenne l’investitura di una corte sul lago Benaco (Veneto 11); il 25 marzo 996 e il 18 luglio 998, a Verona, partecipò a due placiti in cui si confrontavano il doge Pietro e Giovanni vescovo di Belluno (Veneto 13, Veneto 16); il 3 novembre 1001, a Verona, come avvocato dell’imperatore, confermò la validità di un diploma di Ottone III a Vuerihen conte del Friuli (Manaresi, 267); il 10 febbraio 1018, a Verona, giudicò nel placito che contrapponeva Ingone ad Alberico, Gezone e Vualda (Manaresi, 299); fu avvocato per il monastero di San Zeno il 6 dicembre 1021, Verona, contro il conte Ragimbaldo (Manaresi, 309); il 31 agosto 1023, ancora a Verona, partecipò al placito che riconosceva i possessi di San Zeno in Valle Paltennate (Manaresi, 320) (Radding 1988, p 262).

[5] Vualcasuo (Hvaulcauso, Hualcauso). Nel novembre del 993 giudicò nel processo in cui il vescovo veronese Oberto ottenne l’investitura di una corte sul lago Benaco (Veneto 11); il 25 marzo 996, nel maggio del 998, il 18 e il 22 luglio 998, partecipò ai placiti in cui si confrontavano il doge Pietro e Giovanni vescovo di Belluno (Veneto 13, Veneto 15, Veneto 16, Veneto 17) (Radding 1988, pp. 262-263).

[6] Bonitio (Bonizo, Bonito, Bonizzo). Il 3 novembre del 970, a Chiassa, partecipò a un placito in cui il monastero di Santa Fiora ottenne ragione contro Rodolfo (Manaresi, 168); nell’aprile (o marzo) del 974, a Pavia, giudicò in un processo che contrapponeva l’arciprete Leo a Giovanni abate di San Pietro in Ciel d’Oro (Manaresi, 173); nel 981 prese parte a un placito nel quale il giudice Astolfo ottenne ragione contro Riccardo riguardo ad alcuni beni in Corliasco (Manaresi, 196); il 6 giugno del 987 fu a Firenze, dove i canonici di San Giovanni ottennero il banno imperiale su alcuni possessi che erano stati loro confermati da un diploma di Ottone II (Manaresi, 207); nel novembre del 993 giudicò nel processo in cui il vescovo veronese Oberto ottenne l’investitura di una corte sul lago Benaco (Veneto 11); il 25 marzo del 996 e il 18 luglio 998, a Verona, partecipò a due processi che contrapponevano Pietro doge di Venezia a Giovanni vescovo di Belluno (Veneto 13, Veneto 16) (Radding 1988, p. 251).

[7] È variamente testimoniato – spesso come redattore di documenti – nelle aree di Milano, Monza, Cologno, Brescia e Vicenza. Possedeva dei beni in Colonia (Radding 1988, p. 258 con riferimenti).

[8] Cariardus (Gariardo). Il 18 luglio del 998 partecipò a uno dei processi che videro contrapposti il doge Pietro e il vescovo Giovanni (Veneto 16) (Radding 1988, p. 263).

[9] Sul monastero di San Zaccaria, all’epoca e poi negli anni successivi, si estendeva il controllo della famiglia degli Orseolo (Gasparri 1992a, p. 794). Si ricordi che gli Orseolo erano imparentati con la famiglia di Vitale-Ugo Candiano, alcuni membri della quale partecipano a questo placito (Castagnetti 1993). Il legame, in generale, tra San Zaccaria e l’istituzione ducale a Venezia è testimoniato anche nel testamento di Giustiniano Particiaco (Venezia 4); Rando 1994, pp. 57-58).

[10] Sul culto di Santa Giustina a Padova e sul monastero si veda Tilatti 1997, pp. 59-75.

[11] La controversia derivava dal fatto che le monache di San Zaccaria erano in possesso dal X secolo della cappella di S. Tommaso a Petriolo, che le istituzioni ecclesiastiche del luogo tentarono più volte di porre sotto il loro controllo. Dopo il fallito tentativo compiuto dal monastero di Santa Giustina, fu la volta dei vescovi di Padova e di Vicenza, che persero la causa (nel 1013: Manaresi, 277); lo stesso anno anche il monastero di Santa Maria della Vangadizza cercò invano di contrapporsi a San Zaccaria (Manaresi, 278). Il monastero di Santa Giustina presentò ancora, in seguito, le sue rivendicazioni, senza mai ottenere un successo (Manaresi, 294 e 484; Settia 1994, pp. 93-94). Sul possesso di S. Tommaso, si vedano West-Harling 2013, p. 250, Venezia 8 e Venezia 9; Cessi, 45.

[12] Sui possessi di terraferma detenuti dal monastero di San Zaccaria, si veda Modzelewski 1962, in particolare pp. 42-43, dove si ricordano le donazioni fatte da Ingelfredo conte di Verona nel 914 e da Milone, conte della stessa città, nel 955. Si veda anche Rando 1994, pp. 105-106: la studiosa ipotizza che l’interesse di Ingelfredo per l’area veneziana derivasse dalla sua provenienza friulana.

[13] Anche nel X secolo rimane evidente la gerarchia di accettabilità delle prove: chi non potesse presentare un documento scritto, poteva affidarsi alla testimonianza orale (Bougard 1995, pp. 331-333)

[14] Come rileva giustamente Daniela Rando (Rando 1994, pp. 106-107), San Zaccaria non si comportava diversamente dagli altri monasteri di terraferma ad esso contemporanei: attraverso l’acquisizione di donazioni, anche le fondazioni veneziane cercavano uno spazio di terra da cui trarre rendite e decime.

In Manaresi quondam.
In Manaresi detenuissemus.

Presentazione Placiti Veneti: Introduzione

Indice

Placiti Veneti: Veneto 1
Placiti Veneti: Veneto 2
Placiti Veneti: Veneto 3
Placiti Veneti: Veneto 4
Placiti Veneti: Veneto 5
Placiti Veneti: Veneto 6
Placiti Veneti: Veneto 7
Placiti Veneti: Veneto 8
Placiti Veneti: Veneto 9
Placiti Veneti: Veneto 10
Placiti Veneti: Veneto 11
Placiti Veneti: Veneto 12
Placiti Veneti: Veneto 13
Placiti Veneti: Veneto 14
Placiti Veneti: Veneto 15
Placiti Veneti: Veneto 16
Placiti Veneti: Veneto 17
Convenientiae: Introduzione


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